Prefazione dell’autore

Fino a pochi anni fa ero convinto di non essere capace a scrivere. Forse perché all’esame d’ammissione alla scuola media di quinta elementare, dopo aver fatto la prova scritta d’italiano, non fui ammesso all’orale; e forse anche perché durante il mio iter scolastico prima dell’Università, scrivere un tema si era dimostrato, assolutamente sempre, un’impresa difficilissima.

Recentemente, ovvero all’inizio degli anni 2000, ho cominciato a rendermi conto che la mia vita professionale aveva qualcosa di particolare che avrebbe potuto essere interessante se raccontata, anche a beneficio quasi terapeutico per qualche lettore.

Fu così che cominciai a scrivere in modo professionale senza concludere in modo produttivo.

Fino a che, dopo un’ennesima esperienza professionale positiva, scrissi di getto ADINA e lo piazzai, così com’era, sul mio blog.

Non mi aspettavo assolutamente nulla di particolare. Mi interessava vedere se fra i miei pochi lettori ci sarebbe stata una reazione. Ebbene sì. La reazione mi disse che avrei dovuto continuare a scrivere, non solo, ma un’amica mi consigliò di togliere dal blog quel “capitolo” prima che qualcuno potesse “rubarlo”.

Che fare? Continuare a scrivere nello stesso modo? Dare un’architettura ai vari capitoli? Scrivere un’autobiografia?

Optai per una miscela delle tre possibilità senza voler assolutamente scrivere un’autobiografia.

Ogni capitolo o ogni serie di capitoli può essere preso in considerazione come un racconto a se stante. Non sempre la lettura di un “racconto” pretende la necessità di aver letto i racconti precedenti. Pensai, in ogni caso, di permettere una sequenza quasi logica non sempre necessariamente temporale.

Ci tengo oggi a dire che tutto quanto potrete leggere, spero con interesse, non è frutto della fantasia di Leandro, ma sacrosanta realtà. Tutto quello che ho scritto potrà dimostrare che non bisogna mai dimenticarsi che è necessario credere in se stessi e a tutto ciò che non appare scientifico.

Tutto quello che leggerete può farvi capire che bisogna muoversi per il benessere proprio e di chi ci circonda.

Questi racconti, anche se così potrebbe sembrare, non sono e non vogliono essere in polemica con la medicina accademica; non vogliono assolutamente far pensare che la medicina accademica sia inutile o superata, vogliono solo far capire che, oltre ai dettami dell’Università, esistono anche altre stupende realtà da prendere in considerazione.

Purtroppo, e forse sarà ancora così per molto tempo, la Medicina Accademica è molto miope o col paraocchi; non vuole o ha il terrore di guardarsi intorno e rendersi conto dell’esistenza di fantastiche energie che possono aiutare ed essere utili.

 

Leandro ha sempre creduto nei proverbi.

“A mali estremi, estremi rimedi”. Così suona un sacrosanto proverbio. Cosa significa nel contesto che stiamo trattando? Significa che se è stata diagnosticata l’appendicite, bisogna ricorrere al chirurgo, non alla medicina naturale o complementare che dir si voglia; se i problemi che affliggono una persona fanno capo a una noiosa artrosi lombo sacrale, sarà ragionevole nelle fasi acute ricorrere alla chimica imperante, ma, nelle altre fasi, onde ottenere benefici per il futuro ed evitare intossicazioni e danni ulteriori, sarà giusto e positivo ricorrere a quelle medicine cosiddette “morbide” che potranno aiutare, con rilassamento psico-fisico, a guardare con fiducia nel futuro.

Detto per inciso: “Se c’è artrosi c’è anche tensione. Andare alla radice della tensione significa fare una diagnosi consapevole. Curare la tensione significa curare l’artrosi e non solo il sintomo dell’artrosi.”

Con le narrazioni di Leandro non si desidera assolutamente abbozzare una specie di trattato di medicina. Si desidera, grazie alle energie positive che si muovono incessantemente attorno al genere umano, portare a conoscenza di chi li vorrà captare, fatti apparentemente incomprensibili che, dalla notte dei tempi, arrivano a noi e ci danno una mano.

Potrà essere interessante mettere a fuoco in che modo Leandro arrivò a certi livelli. Potrà anche essere ancor più interessante gioire assieme ai protagonisti del lieto fine di certi drammi umani.

Assieme a Leandro, uno dei nostri protagonisti è Adina, che ricorre fino alla fine, guarita da una brutta e debilitante malattia. C’è però anche Enrica, Bettina, Ernesto, Orchidea, Sandra e altri; soprattutto tutti assolutamente diversi e tutti non paragonabili all’ipocrita pretesa di scientificità, ma tutti unici e irripetibili determinati a raggiungere la possibilità di una vita migliore.

BUONA LETTURA!

Alessandro Depegi