Intolleranze alimentari e psiche

Pubblicato su “Intolleranze alimentari e psiche – Vivere a tempo pieno – gennaio-febbraio 2000”

Negli ultimi tempi si comincia a parlare di intolleranze alimentari. L’influsso di un alimento puo’ interagire con la psiche.

Col presente scritto si tenta di chiarire un poco questi meccanismi e l’importanza del problema nella vita di tutti i giorni. Non a caso uno dei primi libri scritti sull’argomento era di psichiatria. Forse per primi gli psichiatri hanno messo a fuoco l’importanza e il significato, per l’organismo, delle intolleranze alimentari.

Sovente, quando si comunica a una persona, dopo la diagnosi, la necessità di diminuire drasticamente quel determinato alimento per arrivare a eliminarlo del tutto, la prima reazione è: “E allora che cosa mangio?” come se quello fosse l’unico alimento esistente. E ancora: “Non posso più mangiarlo per tutta la vita?” Sono queste le domande ricorrenti in una misura superiore al 50% dei casi come se, al di fuori di quell’alimento non esitesse alcuna possibilità di alimentarsi.

Qualche volta ci si sente dire: “A questo non rinuncio”.

Eppure, pur essendo chiarissima la diagnosi di intolleranza, si vede in modo netto che quell’alimento è amato e quasi insostituibile. C’è “intolleranza” e amore verso quell’alimento. Quel determinato alimento è diventato una specie di vera e propria “droga” e, come nei riguardi della droga, produce una sorta di dipendenza. Questa può essere una dimostrazione che l’intolleranza alimentare non è un semplice disturbo come potrebbe essere una qualunque allergia che, dopo l’assunzione, scatena, in tempi brevi quella determinata sintomatologia. È qualcosa di molto più profondo che passa attraverso il “cervello” o la “psiche”, che dir si voglia, per cui il disturbo, o malattia, o , ancora meglio, disordine per l’organismo può essere veramente eterogeneo.

Passa attraverso il cervello. È poi il cervello che “produce” la malattia. È il cervello che, secondo le proprie “necessità”, dirige il proprio “disagio” verso questo o quell’organo. Il disturbo non deve necessariamente essere a carico del canale digerente, ma può essere a livello di qualunque organo (per esempio le articolazioni, i polmoni, il cuore, ecc.).

A questo punto ci si chiede ovviamente: “come è possibile che un alimento diventi una droga, dia dipendenza e attraverso la psiche produca delle malattie, o disordini (la malattia è sempre un disordine)”? Perchè proprio quell’alimento o il “parente” di quell’alimento, in quella determinata situazione o in quel momento “stressante” dell’esistenza era “presente” e aveva coinvolto la psiche trovandosi a essere messo “in memoria”.

L’alimento verrà memorizzato al punto tale per cui quando sarà intodotto, anche in piccole quantità, continuerà a “stressare” l’individuo e lo coinvolgerà con disfunzioni o disturbi diversi a carico di questo o quell’organo. La patologia sarà per quell’apparato (digerente, locomotore, respiratorio, ecc.) che maggiormente dà o puo’ dare significato allo stress di partenza. Questo discorso può sembrare astruso se non addirittura incomprensibile.

Può essere necessario un esempio in cui è stato possibile verificare la realtà di certe situazioni. Una ragazza dell’età di 28 anni soffre da qualche anno di crisi di panico con coinvolgimenti anche a livello cardiaco (tachicardie e difficoltà respiratorie di tipo ansioso). Attraverso le indagini del caso si scopre che è intollerante al frumento. Sentirsi dire che deve abbandonare tutti quegli alimenti dove è il frumento, mette in un certo senso, ancora di più in crisi la persona. Di fronte all’evidenza dei fatti accetta il discorso e elimina tutti quegli alimenti che contengono frumento. Una analisi più approfondita a livello inconscio dimostra che all’età di 3 anni, mentre mangiava un piatto di pasta asciutta, subì uno stress molto intenso.

Da quel momento “memorizzò” il frumento e, molti anni dopo, per delle ragioni di scarso interesse terapeutico si trovò di fronte a una situazione stressante che scatenò la patologia. Nel caso riportato la paziente ritrovò ben presto uno stato di completo benessere e “svanì” l’intolleranza al frumento.

L’esempio citato dimostra come un semplice alimento può “gestire” una patologia complessa, e terapeuticamente difficile. Dimostra altresì che l’alimento produce un consistente coinvolgimento di organi, in un certo senso, distanti dall’apparato digerente, ma attraverso il cervello o più correttamente la psiche.

Quello riportato è solo un esempio molto significativo nel quale è stato possibile mettere a fuoco il problema. Non sempre è possibile analizzare alla radice il problema; ma questo non significa che “per tutta la vita” quell’alimento sarà vietato. Non è neppure detto che sia necessario andare sempre alla radice. Per prima cosa è necessario rilevare o diagnosticare l’esistenza di una intolleranza. In un secondo tempo, anche con opportune tecniche kinesiologiche, è possibile eliminare l’intolleranza. In questo contesto, bisogna puntualizzare che intolleranza non è sinonimo di allergia.

Indubbiamente, anche l’allergia potrebbe avere delle radici nel profondo della psiche e diventare di pertinenza della cosiddetta medicina psicosomatica. C’è molta confusione quando si parla di allergie e intolleranze. S’è voluto, nel limite dello spazio concesso, produrre delle piccole e semplici chiarificazioni.

Dr. med. Roberto Bruzzone